Omessa la trama, insignificante, si può passare subito all’analisi del gameplay offerto, il quale va subito indirizzato verso la sfera arcade.
Lo spessore ludico infatti non si esprime sulla distanza (sono solo sette stage) ma nella propagazione della sfida, la quale propone una propria impronta ed una difficoltà a tratti snervante in qualità di elementi a favore della longevità. Come ritmo e struttura generale riemergono nella mente mostri sacri come il cugino konamiano Contra, Gunstar Heroes o il più recente Metal Slug, con la differenza evidente data dal comandare un robot umanoide, peculiarità che diventa ingranaggio vitale del tutto. Il nostro mezzo è apparentemente lento, quasi goffo ma allo stesso tempo versatile. L’impressione è quella di avere una palla al piede che tuttavia è dotata di tutte le risorse necessarie per sopravvivere. Il pezzo di ferraglia, come detto, non è agile ma può ricoprire brevi distanze scattando sia in avanti che indietro con l’apposito comando oppure può volare fugacemente in verticale grazie ai propulsori di cui è dotato. Nelle fasi d’attacco potremo ripararci dietro il nostro fidato scudo e soprattutto indirizzare i nostri colpi in qualsiasi direzione dello schermo puntando e contemporaneamente decidendo se muovere il nostro fucile o lasciarlo fisso in una posizione. Va ammesso quindi che il sistema di combattimento non è esattamente tra i più piacevoli e immediati, allo stesso tempo però è oggettivamente un punto di forza che costringe l’utente a sintetizzare al meglio le manovre di gioco a seconda della situazione o dei bersagli.
Alle fasi run and gun miste all’esplorazione platform si alternano quelle in cui il nostro mech sarà in versione mezzo volante e dunque più legato al tradizionale sparatutto orizzontale. Il ritmo per forza di cose si farà più elevato e dovremo districarci tra orde di nemici che si faranno sotto in massa con l’aggiunta di massicci corpi rocciosi o carcasse da schivare. Ovviamente l’approccio offensivo sarà molto più intuitivo e immediato e non vi è nulla di rilevante da segnalare rispetto a ciò a cui c’ha abituato il genere. I boss finali sono croce e delizia, tanto sono belli e grossi da vedere tanto lasciano interdetti per i poli opposti di difficoltà che riescono a toccare. Alcuni di essi sono infatti battibili in maniera irrisoria una volta studiate le mosse mentre altri sono, oserei dire, fascisti a tal punto da rinunciare per esasperazione. L’arrabbiatura, più che lecita nella fasi sparatutto che richiedono una fisiologica memorizzazione, è indubbiamente snervante anche per il fatto di avere solo tre possibilità per continuare l’avventura. Una volta esaurite dovremo sempre ricominciare tutto da capo, sempre. Non esistono password, perciò o si finisce il tutto in un’unica sudatissima tornata o bisogna rassegnarsi: non ci sono gettoni da inserire nel cabinato.
Come se non bastasse i punti ricovero energia o i power up sono disseminati col contagocce. Un vero peccato questo, alla luce del fatto che l’intelligenza artificiale distribuita lungo il gioco è ben bilanciata, sospesa in equilibrio senza cadere nella eccessiva facilità da una parte o nella sfida proibitiva dall’altra. I dialoghi, tra l’altro, non possono mai essere saltati completamente ma solo accelerati. Un tedio superficiale che tuttavia, nella perdita di pazienza generale, non passa in secondo piano.
Il fronte grafico è senza dubbio pregevole sia per quanto riguarda il contorno di intermezzo tra uno stage e l’altro sia per le portate principali. Pur strizzando vistosamente un occhio alla serie robotica di Macross, il risultato estetico è sicuramente gradevole grazie ad una rappresentazione molto dettagliata di personaggi e mech in pieno stile anime di inizio anni ’80. Su medesimi standard la cura riservata alle animazioni ed alle ambientazioni, varie e spesso in movimento, con le quali ci imbatteremo nel nostro incedere. Considerando che la prima versione del gioco, quella nipponica, risale al 1992 non si può far altro che constatare di trovarsi di fronte ad un gioiello grafico per i tempi che ancora oggi riesce a colpire per brillantezza e fedeltà iconografica alle storiche serie animate incentrate sui robot umanoidi come per l’appunto Macross o il primissimo Gundam. Il sonoro si limita ad accompagnare la frenesia dell’avventura dalle retrovie in modo da non essere mai invadente né in positivo né in negativo data la presenza di un gameplay “ingombrante”.